È reato tentare in ogni modo di vedere il figlio nonostante il divieto del giudice

Non conta che al minore sia diagnosticata una grave patologia e il genitore sia mosso dall´intento di tutelarlo

  Pubblicato in data 07-10-2014

Risponde penalmente il padre che tenta di vedere il figlio in tutti i modi nonostante il divieto del giudice anche se per tutelare il minore, dopo aver saputo della grave patologia diagnosticatagli. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza 32440 del 22 luglio 2014, ha annullato la sentenza impugnata da un padre circa l’insufficiente motivazione del diniego del beneficio di cui all’articolo 175 Cp, che la Corte territoriale ha giustificato con riguardo all’interesse del minore e vale a dire in base ad un parametro di giudizio estraneo al novero di quelli di cui all’articolo 133 Cp.

 

Il caso

 

La Corte d’appello di Palermo ha rideterminato la pena inflitta in primo grado al 48enne nella misura di 300 euro di multa per i reati di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento giudiziale inerente l’affidamento di figli minori (art. 388 Cp) e minaccia aggravata (art. 612 Cp) unificati dal vincolo della continuazione, ritenendo la già concesse circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante. In particolare, sono state ritenute provate le violazioni dei provvedimenti giudiziali che avevano disposto la regolamentazione prima e poi la sospensione degli incontri tra l’imputato e il figlio minore, prodromici alla dichiarazione di decadenza del padre dalla potestà genitoriale, violazioni consumatesi mediante ripetuti tentativi di incontrare il minore in diverse occasioni (ricovero in ospedale, recita teatrale, scuola) oltre che la minaccia di morte all’indirizzo della moglie separata.

Per la sesta sezione penale i tentativi costituiscono un comportamento diretto a impedire o a ostacolare l’esecuzione degli obblighi imposti con il divieto d’incontro stabilito dal giudice competente: dunque, sbaglia la linea di difesa che denuncia l’insussistenza del reato riferita agli episodi antecedenti l’imposizione giudiziale del divieto d’incontro, avvenuta solo con decreto del Tribunale per i minorenni. La condotta, quindi, ha rilevanza penale visto che i contestati episodi avevano il dolo di violare il provvedimento giudiziale, anche se l’imputato aveva l’intento di tutelare il figlio, dopo aver saputo della grave patologia diagnosticata al minore.

Spiega Piazza Cavour che il dolo del reato contestato è generico posto che l’art. 388 Cp prevede nella prima parte (concernente la mancata esecuzione degli obblighi civili nascenti da una sentenza di condanna) il compimento di atti fraudolenti, diretti ad eludere gli obblighi di cui trattasi: occorre, cioè, un comportamento attivo e commissivo, contrassegnato dal dolo specifico; mentre nella seconda parte della stessa norma (che contempla l’elusione del provvedimento del giudice civile concernente l’affidamento dei minori o di altri incapaci, ovvero misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito) la condotta del reo è libera, essendo sufficiente ad integrarla il dolo generico e cioè la coscienza e volontà di disobbedire al provvedimento del giudice. Non è detto, tuttavia, che non possano rilevare situazioni incidenti sull’atteggiamento psicologico dell’agente, ma al riguardo questa Corte ha già affermato il principio che il plausibile e giustificato motivo in grado di costituire valida causa di esclusione della colpevolezza (in quanto scriminante il rifiuto di dare esecuzione al provvedimento del giudice civile concernente l’affidamento dei figli minori) pur non richiedendo gli elementi tipici dell’esimente dello stato di necessità, deve essere determinato dalla volontà di esercitare il diritto-dovere di tutela dell’interesse del minore in una situazione sopravvenuta che, per il momento del suo avverarsi e per il carattere meramente transitorio, non abbia potuto essere devoluta al giudice per l’opportuna eventuale modifica del provvedimento. Ne consegue che non può giustificare l’elusione del provvedimento giudiziale una mera valutazione soggettiva di situazioni preesistenti (siano esse note, dedotte o deducibili al giudice) circa la inopportunità dell’esecuzione, in quanto il dissenso sul merito del provvedimento manifesta la volontà del soggetto agente di eluderne l’esecuzione. Alla Corte palermitana il nuovo giudizio sul punto.