Sottrarre il figlio è da considerare solo elusione di provvedimento del giudice?

Cass. Pen., Sez. VI, 17 giugno 2015, n. 25386

  Pubblicato in data 09-07-2015

In tema di rapporti tra il reato di sottrazione di minorenne e il reato di elusione di un provvedimento giudiziario, una volta esclusa la significatività di determinate condotte e la inesistenza di altre condotte ai fini del reato di cui all'art. 388 c.p., non vi è alcuna necessità che il giudice motivi sulla mancata configurabilità del reato di sottrazione di minore, ipotizzato quale conseguenza delle stesse condotte. Questo è quanto stabilito dalla Sent. n. 25386 del 2015 della Suprema Corte di Cassazione.

Il fatto

La vicenda processuale segue al provvedimento con cui la Corte di Appello aveva assolto l'imputato dai reati di sottrazione di minorenne ed elusione del provvedimento del giudice, osservando come non fosse vero che vi fosse stata Ia sistematica inosservanza da parte della madre delle disposizioni in ordine agli incontri padre-figlia, tenuto altresì conto che Ia elusione del provvedimento civile non può coincidere con il mero inadempimento e che, comunque, il reato non e realizzato quando l'adempimento e eseguibile coattivamente senza il concorso della persona obbligata. Dall'accertamento del primo giudice, peraltro, risultava che gli incontri padre e figlia in tale periodo vi sono stati così come vi sono stati gli incontri presso il consultorio della azienda sanitaria.

Il ricorso

Avverso la sentenza proponeva ricorso per Cassazione la parte civile, deducendo come non vi fosse alcuna argomentazione in ordine al reato di cui all'art. 574 c.p. ed in ordine alla sottrazione della minore; in sostanza, la parte civile sosteneva che una condotta che abbia portato alla sostanziale definitiva e totale sottrazione della figlia al genitore non possa più essere soltanto un fatto di elusione di un provvedimento del giudice ma, appunto, rappresenti una totale sottrazione della minore.

La decisione della Cassazione

La Corte, nel respingere il ricorso, ha affermato il principio di cui in massima, disattendendo quindi la tesi della difesa della parte civile sul fatto che, nel caso in esame, non fosse condivisibile quanto argomentato dalla Corte d'appello a proposito della configurabilità del delitto di cui all'art. 574 c.p.