Può scattare la violenza sessuale di minore gravità anche se l’imputato è una figura familiare di riferimento per la vittima

La diminuente fino a due terzi della pena nasce dopo l’unificazione delle ipotesi di stupro e atti di libidine

  Pubblicato in data 13-11-2015

Può scattare la violenza sessuale di minore gravità anche se l’imputato è una figura familiare di riferimento per la vittima. E ciò perché ai fini della diminuente, che può arrivare a ben due terzi della pena, conta una serie di elementi come le modalità esecutive e il grado di coartazione sulla persona offesa fra i quali non rientrano i rapporti intersoggettivi tra familiari. È quanto emerge dalla sentenza 45268/15, pubblicata il 12 novembre dalla terza sezione penale della Cassazione.

Elementi inconferenti
È accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dell’imputato, sotto processo per concorso in violenza ex articolo 609 bis Cp con l’accusa di aver indotto a subire atti sessuali la cognata affetta da un grave deficit mentale. Trova ingresso la censura secondo cui la Corte d’appello ha negato la diminuente di cui all’ultimo comma della norma incriminatrice mentre ne sussisterebbero tutti i presupposti. E in effetti risulta «apodittica» la motivazione offerta dalla Corte territoriale quando spiega il diniego sul rilievo che l’imputato avrebbe cagionato alla vittima «un danno non patrimoniale», con una condotta che ha avuto «conseguenze gravemente destabilizzanti nei suoi rapporti familiari». Si tratta infatti di elementi non conferenti perché sono altri i parametri in base ai quali si può riconoscere la diminuente di cui all’ultimo comma dell’articolo 609 bis Cp, che impone una valutazione globale della vicenda: contano infatti i mezzi esercitati per la violenza, le condizioni fisiche e mentali della vittima e le caratteristiche psicologiche in relazione all’età della persona offesa; soltanto prendendo in considerazione queste circostanze si può giungere alla conclusione che la libertà sessuale della vittima sia stata compromessa in maniera non grave e che anche il danno in termini psichici sia contenuto.

Salvaguardia necessaria
È infine importante considerare che lo “sconto” di pena risulta introdotto a causa dell’unificazione dei concetti di violenza carnale e atti di libidine violenti nella comune figura di atti sessuali, che è stato compiuta dalla legge 66/1996: di fronte alla severa cornice edittale individuata dal legislatore, con pena minima pari a cinque anni di reclusione, è stato necessario introdurre un meccanismo sanzionatorio adeguato per quei fatti che, pur ricondotti nell’unica fattispecie di reato, risultano sì offensivi della libertà sessuale ma non in modo particolarmente grave. Parola al giudice del rinvio.