L’uomo non può riconoscere la paternità del minore se è violento con la madre

Prioritaria la crescita serena ed equilibrata del piccolo, da non turbare con rapporti imposti che possono creargli ansia o turbamento: no alla compromissione dello sviluppo psico-fisico.

  Pubblicato in data 15-03-2018

La volontà di riconoscere un figlio nato fuori dal matrimonio è gesto apprezzabile oltre che un diritto garantito dalla Costituzione; tuttavia, lo scenario cambia se il rifiuto dell’altro genitore è dettato da esigenze che riguardano la serena ed equilibrata crescita del minore che, ad esempio, potrebbe essere minata da ansia e angoscia nell’assistere a episodi di violenza ai danni della madre. In queste ipotesi, infatti, può essere negato il riconoscimento al genitore violento e non conta la scelta di aver voluto fare in figlio con quella persona in particolare. Lo ha sancito la Cassazione con l’ordinanza 4763/18, pubblicata oggi dalla prima sezione civile.
Il giudice di legittimità accoglie il ricorso di una donna, madre di una bimba nata fuori dal matrimonio che impugnava la sentenza della Corte di appello per aver dato l’ok al riconoscimento dell’altro genitore. Alla base della decisione, l’interesse prioritario del minore al cospetto del quale qualsiasi episodio riferito dalla madre e che screditava l’uomo perdeva di valore. La ricorrente, infatti, raccontava di numerosi casi in cui era stata vittima degli atteggiamenti violenti del convenuto e che tali episodi avevano generato nella bambina ansia e angoscia. Sul punto, l’istanza è accolta da Piazza Cavour. È vero che il riconoscimento di un figlio naturale minore da parte dell’altro genitore non può essere escluso «sulla sola base di una condotta morale non esente da censure, di per sé rilevante per il diverso fine dell’affidamento come pure in ragione della mera pendenza di un processo penale a carico del genitore richiedente». Tuttavia, va dato rilievo al «percorso di vita del richiedente e l’eventuale accertamento di gravi carenze come figura genitoriale, con conseguente compromissione dello sviluppo psico-fisico del minore derivante dal riconoscimento». In tale contesto, la decisione della Corte territoriale si dimostra lacunosa ad esempio quando afferma che di fronte dell’interesse del minore «perdono valenza i singoli episodi riferiti dalla resistente, che non assumono una portata tale da screditare la figura del richiedente», o ancora, quando «a fronte della commissione di reati dei quali dà atto la medesima decisione, si attribuisce significato al fatto che il convenuto se ne sia assunto la responsabilità, rimproverandosi di aver coinvolto i genitori, senza che venga dato conto di alcuna rimeditazione verso le vittime di tali illeciti e con riguardo al contesto in cui sono maturati» o quando «valorizzano profili privi di concludenza (quale la premessa, secondo la quale “l’altro genitore è quello che ognuno ha scelto per il proprio figlio” o l’inadeguatezza genitoriale della madre)». Il collegio accoglie il ricorso e cassa con rinvio la sentenza impugnata per un nuovo esame.