LA POSIZIONE DELLA SCIENZA MEDICA E DELLA GIURISPRUDENZA IN TEMA DI DANNI DA VACCINO

  Pubblicato in data 09-06-2015

Di seguito si riportano alcune sentenze e la posizione di alcuni dottori in tema di danni da vaccino:

  • “tutte le vaccinazioni fatte ai bambini in età pediatrica contengono metalli pesanti come mercurio e alluminio … i metalli pesanti sono riconosciuti come fattore eziopatogenetico in molte forme neoplastiche, neurodegenerative e mal formative … L’incremento dei danni neuropsichici è più evidente nei paesi altamente industrializzati, tra quelle popolazioni definite da Classen pulite, dove l’uso di antibiotici o immunoprofilassi è elevatissimo… Desidero evidenziare gli studi della dott.ssa Helen Ratajczak, ex ricercatrice della Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals, la quale ha documentato le mutazioni genetiche e le delezioni cromosomiche post vacciniche, pubblicate sulla rivista scientifica Journal of Immunotoxicology … in particolare si dimostra la presenza di DNA umano nei vaccini … sale composto da alluminio e mercurio che è stato tolto dal mercato negli Stati Uniti in quanto ritenuto fosse la causa di numerose cerebropatie tra cui neuropatie importanti e forse anche la sindrome autistica…” –dichiarazioni del Dott. Massimo Montinari in un’audizione presso la Commissione di Inchiesta del Senato della Repubblica.

  • “cause documentate di autismo includono mutazioni genetiche e/o delezioni cromosomiche, infezioni virali, e l’encefalite a seguito della vaccinazione. Conseguenza: l’autismo è il risultato di difetti genetici e/o infiammazione del cervello provocato dai vaccini” – Dottoressa Helen Ratajczak, ricercatrice presso la “Boehringer Ingelheim Pharmaceuticals”.

  • “Ritiene la scrivente di non poter condividere l’opinione negativa espressa dal CTU in ordine alla sussistenza del nesso causale fra la patologia accertata e le vaccinazioni somministrate, in ragione delle considerazioni che seguono. Già con le sentenze 21.4.1977 n.1476 e 13.5.1982 n.3013 e poi di recente con la Sent. 21/1/00 n. 632 la Cassazione aveva avuto occasione di puntualizzare come l’individuazione del rapporto di causalità che attiene ad un evento lesivo collegato all’esecuzione di terapie mediche o di interventi chirurgici deve essere effettuata, non solo con criteri giuridici, ma anche tenendo conto delle nozioni della patologia medica e della medicina legale, per cui la possibilità teorica di un margine inevitabile di relatività non può, di per sé sola invalidare un accertamento basato sulla corrispondenza di alcune affezioni a un determinato meccanismo causale, in assenza di qualsiasi altra causa patogena. Inoltre si deve tener conto del fatto che in campo biopatologico, è estremamente difficile raggiungere un grado di certezza assoluta e, pertanto, la sussistenza del nesso causale fra un determinato antecedente e l’evento dannoso ben può essere affermata in base ad un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, soprattutto quando manca la prova della persistenza, della concomitanza o della sopravvenienza di altri fattori determinati. … Ritiene dunque la scrivente che sia sufficiente a provare la sussistenza del nesso eziologico una “ragionevole probabilità” unitamente alla mancanza di altre (con)cause determinanti. … La malattia ha esordito immediatamente dopo la somministrazione dei vaccini del dicembre 1999 con comparsa della perdita di equilibrio e regressione del linguaggio e ciò in una situazione antecedente di pieno benessere (criterio cronologico)” – Tribunale di Busto Arsizio, Sentenza 413/2009.

  •  “allorchè il ricorso alle norme della patologia medica e della medicina legale non possa fornire un grado di certezza assoluta sul nesso di causalità, la ricorrenza del nesso non può essere esclusa sulla base del mero rilievo di margini di relatività a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica” –Cassazione Civile, II° Sezione, n. 632 del 21.01.2000.

  • “…l’insorgenza della malattia è riconducibile con ragionevole probabilità scientifica alla somministrazione di vaccino…” – Tribunale di Rimini, Sezione Lavoro, Sentenza 148/2012 del 15.03.2012.

  • “la ricorrenza del nesso di causalità fra lesione personale ed intervento non può essere esclusa in base al mero rilievo di margini di relatività, a fronte di un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, specie qualora manchi la prova della preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori determinanti” – Corte di Cassazione, Sentenza 632/2000.

  • “…pretendere la dimostrazione assoluta e rigorosa del nesso di unica ed esclusiva causalità renderebbe vana la funzione assistenziale e di solidarietà sociale che caratterizza la legge di cui sopra (la legge 210/1992)” – Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 753/2005.

  • “si deve evidenziare come il dies a quo decorra non già dalla diagnosi ovvero dal mero sospetto di una origine da vaccinazione obbligatoria ma dal momento in cui, sulla base della documentazione medica, l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno, ossia la consapevolezza della correlazione eziologica tra il danno irreversibile (compresa l’ascrivibilità tabellare) e la causa di vaccinazione (che dà titolo all’indennizzo). Come ribadito dalla Corte di Cassazione nella materia analoga della conoscenza della malattia professionale indennizzabile, non è sufficiente che il lavoratore sia informato della mera genesi professionale della patologia ma è altresì necessario che lo stesso sia consapevole della importanza dei postumi tali da realizzare una menomazione superiore al discrimine percentuale fissato per il riconoscimento del diritto alla rendita (cfr., in tal senso Cassazione civile sez. lav., 3 aprile 1993, n. 4031, in Riv. infort. e mal. prof. 1993, II, 111; nonché Cassazione civile sez. lav., 8 gennaio 1996, n. 63, INAIL c ______ rv 495260)” – Tribunale di Rimini, Sezione Lavoro, Sentenza n. 148/2012.

  • “In tema di controversie relative all’indennizzo previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210, in favore di soggetti che hanno riportato danni irreversibili a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, e da questi ultimi proposte per l’accertamento del diritto al beneficio, sussiste la legittimazione passiva del Ministero della salute, in quanto soggetto pubblico che, analogamente, decide in sede amministrativa pronunciandosi sul ricorso di chi chiede la prestazione assistenziale. (Principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, comma 1, cod. proc. civ.)” – Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Ordinanza n. 12538/2011.

  • “In materia di indennizzo da epatite post-trasfusionale, la natura assistenziale della prestazione comporta, oltre all’applicazione dell’art. 442 e ss. c.p.c. in tema di rito e competenza, anche quella della disciplina degli accessori del credito previdenziale e assistenziale, inclusa l’indennità integrativa speciale, e, dunque, della residuale decorrenza degli stessi dal 121 giorno successivo alla domanda amministrativa. Pertanto, da quella data competono gli interessi di legge per i ratei maturati entro quella data e dalle singole scadenze per i successivi” –Tribunale di Monza, Sezione Lavoro, Sentenza 11.06.2009.

  • “L’indennizzo riconosciuto ai soggetti danneggiati da epatiti post-trasfusionali dall’art. 2, comma 2, della legge 210 del 1992, consta di due componenti: un importo fisso “ex lege” (assegno reversibile per quindici anni, previsto dall’art. 1, primo comma, e dall’art. 2, secondo comma, della stessa legge) e l’indennità integrativa speciale di cui alla legge n. 324 del 1959; entrambe le componenti dell’indennizzo sono rivalutabili secondo il tasso annuale di inflazione programmata, come previsto dall’art. 2, primo comma della citata legge n. 210 del 1992” – Cassazione Civile, Sezione Lavoro, n. 15894 del 28.07.2005.

  • “Il verificarsi di qualsiasi reazione neurologica successiva alla vaccinazione costituisce controindicazione alla somministrazione di ulteriori dosi di vaccino … Molto raramente sono stati descritti casi di malattia paralitica associati alla vaccinazione, anche a persone a diretto contatto con soggetti vaccinati” –“libretto informativo” del “______” redatto dal Ministero della Sanità in data 12.10.98.

  • “In tema di responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti alla vaccinazione obbligatoria contro la poliomielite, inquadrabile nella previsione generale dell’art. 2043 cod. civ., la normativa nazionale ha previsto in un primo tempo che tale vaccinazione si svolgesse con il sistema del virus attenuato (______) e, successivamente, con quello del virus inattivato (______), essendo stata riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale l’astratta pericolosità del primo tipo di vaccino in determinate situazioni” – Cassazione Civile, III° Sezione, Sentenza n. 9406 del 27.04.2011.

  • “Per il danno da vaccinazioni obbligatorie il fondamento è da ricercare essenzialmente nell’art. 32 Cost. (che tutela il diritto fondamentale alla salute), anche se in collegamento con l’art. 2 Cost., come rilevato dalla Corte costituzionale nella citata pronuncia, che ha precisato che un corretto bilanciamento tra il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri implica il riconoscimento, ove si determini un danno per il singolo, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento sanitario obbligatorio. In particolare – ha precisato quella Corte – finirebbe con l’essere sacrificato il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a lui garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettività, e per essa dello Stato che dispone il trattamento obbligatorio, il rimedio di un equo ristoro del danno patito. Analogo ristoro del danno da malattia trasmessa deve essere previsto in favore delle persone che abbiano prestato assistenza personale diretta a chi è stato sottoposto al trattamento obbligatorio. E’ evidente, dunque, che l’indennizzo è stato riconosciuto dalla legge solo nei casi in cui sussista un nesso causale tra la somministrazione del vaccino ed il danno patito dal soggetto passivo del trattamento sanitario obbligatorio. Il fatto generatore del diritto all’indennizzo è, dunque, l’inoculamento del vaccino che si sia, poi, rivelato dannoso per il soggetto. In questa ottica correttamente la Corte di merito ha rigettato la domanda essendo stato acclarato che con certezza era da escludere il nesso di causalità tra la vaccinazione – intesa come operazione di inoculamento del vaccino – effettuata dal M. ed il successivo manifestarsi della poliomelite” –Cassazione Civile, VI° Sezione Lavoro, Ordinanza n. 6266 del 18.03.2014.

  • “Con riferimento a questa seconda ipotesi, la costante giurisprudenza di legittimità è nel senso di individuare il termine iniziale della speciale prescrizione breve dal momento in cui la malattia professionale emerga con segni o sintomi univoci tali da rendere l’assicurato edotto della esistenza di essa e della correlativa incidenza sull’attitudine lavorativa indennizzabile in percentuale, presumendosi sussistere la consapevolezza di tanto da parte dell’assicurato sin dalla data della domanda amministrativa di rendita – data dalla quale deve pertanto decorrere il termine di prescrizione -, a nulla rilevando che l’I.N.A.I.L. abbia disconosciuto nella fase amministrativa la sussistenza della suddetta malattia o del suo carattere invalidante, in quanto è onere dell’assicurato proporre tempestiva azione giudiziaria a seguito della negativa decisione dell’istituto assicuratore (Cass. 2 novembre 1995, n. 11364). E si è altresì precisato, proprio ai fini della decorrenza della prescrizione, che occorre che la malattia sia obiettivamente riconoscibile dall’assicurato e che ciò normalmente avviene con la diagnosi medica che dia certezza non solo dell’eziologia professionale della malattia, ma anche del raggiungimento della misura minima indennizzabile (Cass. 8 gennaio 1996, n. 63); e che l’assicurato può agire per ottenere la rendita anche dopo il triennio dalla manifestazione della malattia professionale, adducendo e, in caso di contestazione, provando che sino a quel momento la sua inabilità non aveva i requisiti minimi per dar luogo alla rendita (Cass. 28 settembre 1995, n. 10249)” – Cassazione Civile, Sezione Lavoro, n. 9799 del 9.10.1997.
  • “Questa Corte già con le sentenze 21 aprile 1977 n. 1476 e 13 maggio 1982 n. 3013 aveva avuto occasione di puntualizzare che l’individuazione del rapporto di causalità che attiene ad un evento lesivo collegato all’esecuzione di terapie mediche o di interventi chirurgici deve essere effettuata, non solo con criteri giuridici, ma anche tenendo conto delle nozioni della patologia medica e della medicina legale, per cui la possibilità teorica di un margine inevitabile di relatività non può, di per sé sola, invalidare un accertamento basato sulla corrispondenza di alcune affezioni ad un determinato meccanismo causale, in assenza di qualsiasi altra causa patogena. Infatti, nel campo biopatologico, essendo estremamente difficile raggiungere un grado di certezza assoluta, la sussistenza del nesso causale tra un determinato antecedente e l’evento dannoso ben può essere affermata in base ad un serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica, soprattutto quando manchi la prova della preesistenza, della concomitanza o della sopravvenienza di altri fattori determinanti” – Cassazione Civile, II° Sezione, n. 632 del 21.01.2000.
  • “La seconda informazione – trascurata dalla sentenza impugnata – è che, già all’epoca, era conosciuta la pericolosità di tale vaccino, e vi erano statistiche accreditate sui gravi effetti collaterali che esso poteva provocare. E’ chiaro, allora, che la sentenza impugnata ha omesso di valutare punti decisivi della controversia così determinabili: a) se all’epoca della somministrazione era conosciuta o conoscibile – secondo le migliori cognizioni scientifiche disponibili – la pericolosità del vaccino; b) se alla stregua di tali conoscenze, il rispetto del fondamentale principio di precauzione imponesse di vietare tale tipo di vaccinazione, o di consentirla con rigorose modalità tali da minimizzare i rischi ad essa connessi. L’eventuale esito favorevole delle indagini che il giudice del rinvio andrà a compiere, e di cui ai punti a) e b) indicati, costituirà, poi, il presupposto per la riconoscibilità agli odierni ricorrenti – ricorrendone le condizioni probatorie, di natura anche presuntiva – del danno lamentato (Sez. Un. 11 novembre 2008, n. 26972 punti 4.8 e 4.9) … l’attività delle vaccinazioni non rientra tra quelle pericolose … per cui eventuali responsabilità devono essere valutate ai sensi dell’art. 2043 c.c.” – Cassazione Civile, III° Sezione, n. 9406 del 27.04.2011.
  • “Va premesso che, come questa Corte ha già chiarito, la menomazione della salute conseguente a trattamenti sanitari può determinare, oltre al risarcimento del danno in base alla previsione dell’art. 2043 c.c., il diritto ad un equo indennizzo, in forza dell’art. 32 in collegamento con l’art. 2 Cost., qualora il danno, non derivante da fatto illecito, sia conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale, come la sottoposizione a vaccinazioni obbligatorie (fattispecie alla quale è stato assimilato il caso in cui il danno sia derivato da un trattamento sanitario che, pur non essendo giuridicamente obbligatorio, sia tuttavia, in base ad una legge, promosso dalla pubblica autorità in vista della sua diffusione capillare nella società: sentenza n. 27 del 1998); nonchè il diritto, qualora ne sussistano i presupposti a norma dell’art. 2 Cost., e art. 38 Cost., comma 2, a misure di sostegno assistenziale disposte dal legislatore nell’ambito della propria discrezionalità (sentenze n. 342 del 2006, n. 226 del 2000 e n. 118 del 1996). La situazione giuridica di coloro che, a seguito di trasfusione, siano affetti da epatite è riconducibile all’ultima delle ipotesi ora indicate. E il legislatore, nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali, è intervenuto con la L. n. 210 del 1992, prevedendo (tra l’altro) un indennizzo consistente in una misura di sostegno economico, fondato sulla solidarietà collettiva garantita ai cittadini, alla stregua dei citati artt. 2 e 38 Cost., a fronte di eventi generanti una situazione d bisogno (sentenza n. 342 del 2006, punto 3 del Considerato in diritto), misura che trova fondamento nella insufficienza dei controlli sanitari predisposti nel settore (sentenza n. 28 del 2009)” – Cassazione Civile, Sezione Lavoro, n. 22256 del 27.09.2013.
  • “Gli anzidetti principi giuridici sono stati ribaditi ed esplicitati dalla successiva giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. sez. III, 16.1.2009, n. 975), secondo cui in tema di responsabilità civile nell’attività medico – chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del contatto sociale) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile. In ambito civilistico, il nesso di causalità consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più che probabile che non. … Al riguardo va rammentato che il principio della piena compatibilità fra il sistema generale di sicurezza sociale previsto per i rischi connessi alla patologia post – trasfusionale e l’azione ordinaria di risarcimento del danno è stato più volte ribadito anche dalla Corte Costituzionale che con la sentenza n. 423/2000 ha chiarito che la disciplina dettata dalla L. n. 210/1992 opera su un piano diverso da quello su cui si colloca quella civilistica in tema di risarcimento del danno poiché la responsabilità civile presuppone un rapporto fra fatto illecito e danno risarcibile e configura quest’ultimo, quanto alla sua entità, in relazione a fattispecie concrete valutabili caso per caso dal giudice, mentre il diritto all’indennità sorge per il sol fatto del danno irreversibile in misura prefissata dalla legge. … Tali principi, relativi al coordinamento tra risarcimento del danno e benefici derivanti al soggetto danneggiato da altre fonti, sono stati ripresi e sviluppati da Cass. sez. III, 31.5.2005, n. 11609, evidenziandosi che la tutela indennitaria non può escludere o ostacolare quella risarcitoria (che presuppone un fatto illecito e l’esistenza di una colpa dell’Amministrazione), posto che la ragione che ha giustificato la previsione del rimedio indennitario risiede nell’esigenza di garantire un equo ristoro nei casi in cui risulta particolarmente difficile, se non impossibile, provare l’esistenza di profili di negligenza nella somministrazione della prestazione sanitaria. Di talché, qualora il danneggiato sia in grado di dimostrare una responsabilità per colpa dell’Autorità sanitaria, l’avvenuto riconoscimento del ristoro indennitario non può precludere l’esercizio del diritto risarcirono del soggetto che ha subito un danno alla salute” – Tribunale di Bari, III° Sezione, addì 1.09.2010.
  • “Come è noto, l’assegno una tantum in favore dei familiari superstiti di soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni ed emoderivati, è dovuto secondo la previsione contenuta nella L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 2, comma 3, e successive modifiche, quando la morte sia conseguenza dei predetti trattamenti. Anche in tali ipotesi, così come è stato ritenuto in tema di infortunio sul lavoro e di malattie professionali (v, fra le altre Cass. 14 giugno 2008 n. 14770, 26 giugno 2009 n. 15074), deve trovare applicazione il principio dell’equivalenza delle cause accolto dall’art. 41 cod. pen., secondo il quale va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, sebbene in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, salvo che si accerti la esclusiva efficienza causale di uno di essi” – Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Ordinanza n. 10435 del 29.04.2010.
  • “In definitiva va accolto il ricorso nei termini suddetti; va cassata,in relazione, l’impugnata sentenza e la causa va rinviata, anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra sezione della corte di appello di Roma, che si uniformerà ai seguenti principi di diritto: A) In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio, l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare il contratto (o il contatto sociale) e l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di un’affezione ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Competerà al debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante. B) I verbali della Commissione medico-ospedaliera di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 4, fanno prova, ex art. 2700 c.c., dei fatti che la commissione attesta essere avvenuti in sua presenza, o essere stati dalla stessa compiuti, mentre le valutazioni, le diagnosi o comunque le manifestazioni di scienza o di opinione in essi contenute costituiscono materiale indiziario soggetto al libero apprezzamento del giudice, il quale può valutarne l’importanza ai fini della prova, ma non può mai attribuire a loro il valore di vero e proprio accertamento” – Sezioni Unite Civili, n. 577 addì 11.01.2008.
  • Tibunale di Milano, Sezione Lavoro, Sentenza del 23.09.2014.