Il figlio nato dal parto anonimo ha diritto a conoscere le sue origini dopo la morte della madre

Non opera il termine di cento anni dalla formazione del certificato in ospedale: la scelta della donna di non essere nominata, reversibile in vita, non ha più ragione di essere tutelata dopo il decesso.

  Pubblicato in data 13-02-2018

Il diritto alla privacy della madre biologica che sceglie il parto anonimo va sì tutelato ma non può essere ostativo al diritto del figlio adottivo di conoscere, dopo la scomparsa della donna, le sue origini. Lo ha sancito la Cassazione che, con l’ordinanza 3004/18, depositata oggi dalla sesta sezione civile, accoglie il ricorso di un figlio adottato che chiedeva al tribunale dei minorenni di l’identità dei genitori biologici.
Dopo una serie di indagini, si scopriva che il padre era rimasto ignoto e la madre era deceduta e al momento del parto aveva chiesto di non essere nominata e, dunque, la morte rendeva impossibile accedere alla sua identità. La sentenza della Corte costituzionale 278/13 ha segnato una svolta perché se è vero che esiste il diritto alla privacy della madre che ha scelto di partire nell’anonimato, esiste anche il diritto del figlio adottato di sapere quelle che sono le sue origini. Il giudice di appello che confermava quanto stabilito dal tribunale si è discostato dal principio condivisibile secondo il quale «nel caso del parto anonimo, sussiste il diritto del figlio, dopo la morte della madre, di conoscere le proprie origini biologiche mediante accesso alle informazioni relative all’identità personale della stessa, non potendosi considerare operativo, oltre il limite della vita della madre che ha partorito in anonimo, il termine, previsto dall’articolo 93, comma 2, del decreto legislativo 196/03, di cento anni dalla formazione del documento per il rilascio della copia integrale del certificato di assistenza al parto o della cartella clinica, comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata». Diversamente, si cristallizzerebbe tale scelta anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio, «in evidente contrasto con la necessaria reversibilità del segreto» di cui parla la sentenza della Corte citata, «nonché l’affievolimento, se non la scomparsa, di quelle ragioni di protezione che l’ordinamento ha ritenuto meritevoli di tutela per tutto il corso della vita della madre, proprio in ragione della revocabilità di tale scelta». Il Palazzaccio accoglie il ricorso e decidendo nel merito autorizza il ricorrente ad avere accesso alle informazioni sull’identità della madre biologica.