Il disconoscimento di paternità per impotenza si può poi far valere per adulterio in corso di causa

L’azione tende a negare lo status di erede, al di là dei fatti dedotti. Tempestiva la domanda entro un anno da quando il marito apprende che la donna si è sottoposta a inseminazione eterologa

  Pubblicato in data 03-04-2017

 

Anche se l’azione di disconoscimento di paternità è proposta per impotenza a generare, il marito in corso di causa può far valere una causa diversa come l’adulterio, cui assimila la fecondazione eterologa cui la moglie si è sottoposta senza dirglielo. Risulta dunque tempestiva l’azione giudiziaria proposta dall’uomo laddove il termine di decadenza ex articolo 244 Cc risulta rispettato dalla domanda giudiziale depositata a meno di un anno dalla lettera con cui il marito apprende che il figlio è nato grazie a un «aiuto di laboratorio». È quanto emerge dalla sentenza 7965/17, pubblicata il 28 marzo dalla prima sezione civile della Cassazione.

Novità esclusa
Il ricorso dell’uomo è accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale. In effetti l’impotenza a generare dell’uomo non risulta assoluta, ma sbaglia la Corte d’appello a rigettare in quanto nuova la domanda dell’interessato, che solo nel giudizio di gravame deduce la fecondazione assistita della moglie avvenuta a sua insaputa. In realtà l’azione di disconoscimento della paternità tende all’accertamento negativo dello status di figlio che risulta dall’atto di nascita: petitum e causa petendi restano identici quali che siano i fatti dedotti in concreto a sostegno della pretesa, a patto che siano quelli tipizzati dal legislatore nell’articolo 244 Cc. E dunque si può passare in corso di causa dalla ragione dell’impotenza a quella dell’inseminazione equiparata all’adulterio nei limiti di deducibilità di nuove prove nelle varie fasi e gradi del giudizio azionato per fare accertare l’inesistenza del legame biologico con il figlio nato nell’ambito del rapporto matrimoniale. Il fatto che la mutatio libelli sia esclusa è infine confermato dal fatto che l’esperimento della prova del Dna non risulta subordinato all’esito positivo dell’impotenza a generare posta a fondamento dell’azione del marito. Parola al giudice del rinvio.