Collocazione prevalente presso il padre se è lì che il minore riceve più attenzioni

Bocciato il ricorso della madre: decisiva l’audizione del figlio che indica figure affettive di riferimento nella famiglia dell’uomo. Pesa la Ctu che esclude la sindrome di alienazione parentale

  Pubblicato in data 06-02-2017

 

È l’interesse del minore che deve essere maggiormente tutelato: quindi, se dopo l’audizione il bambino esprime il desiderio di stare prevalentemente presso il padre perché riceve più attenzioni, la sua volontà va assecondata. È quanto sancito dalla prima sezione civile della Cassazione con la sentenza 2770/17, pubblicata oggi.

Gli “ermellini” bocciano il ricorso di una madre contraria alle statuizioni del tribunale che, in sede di separazione, aveva disposto l’affido condiviso del figlio, con collocazione prevalente presso il padre e un assegno di mantenimento per il minore a carico della donna. Secondo il giudice di appello, la collocazione del minore prevalente presso il padre rispondeva all’interesse del bambino e il contributo a carico della madre (da 200 a 100 euro) era congruo, tenuto conto della permanenza del figlio presso ciascun genitore.

La donna ricorre in cassazione, lamentando che il giudice non avesse considerato la sua idoneità a prendersi cura del minore. Il punto, che trova conferma anche nelle conclusioni di Piazza Cavour, è che il bambino aveva espressamente dichiarato di «poter mantenere l’attuale collocazione presso l’abitazione paterna», perché riceveva attenzioni da una «pluralità di figure descritte e vissute come affettive». Importante è l’audizione dei minori, già prevista nell’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, diventata, successivamente, un «adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardano e, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori (articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la legge n. 77/03, nonché dell’articolo 155 sexies Cc.)».

L’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore se capace di discernimento, «costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse». In questo caso, va aggiunto, che dopo l’indagine del Ctu sul minore non è emerso «alcun segno di alienazione parentale da parte dell’uno o dell’altro genitore e che non si riscontrano nel ragazzino le difficoltà scolastiche paventate dalla madre». La Corte di merito è arrivata, correttamente, alla conclusione che la collocazione prevalente presso il padre era «maggiormente conforme al suo interesse, al suo equilibrio e alla sua serenità».