A lite familiare già aperta sull’ordine di protezione anti-abuso decide il collegio e non il giudice

  Pubblicato in data 04-07-2017

Per quanto di sua stretta competenza, non va affidata al giudice monocratico la lite familiare sul figlio nato fuori dal matrimonio qualora è in corso già davanti al tribunale in composizione collegiale e ciò per evitare, nell’interesse del minore, il rischio di decisioni contrastanti o non tempestive. A stabilirlo è la prima sezione civile della Cassazione che, con la sentenza 15482/17, depositata il 22 giugno, rigetta il ricorso principale del padre di una minore nato fuori dal matrimonio e dichiara inammissibile il gravame incidentale dalla madre.
Adito il tribunale, la donna chiedeva l’affido esclusivo della piccola, l’assegno di mantenimento in suo favore oltre alla condanna dell’ex convivente ai danni. Al di là del merito della questione, gli “ermellini” si soffermano sul ricorso incidentale della madre, condizionato, però, all’ammissibilità del ricorso principale dell’ex convivente. La donna lamentava la dichiarazione di nullità del tribunale per violazione della competenza in quanto il provvedimento censurato era stato reso dal giudice collegiale piuttosto che da quello monocratico, ma senza considerare il principio della concentrazione delle tutele e la possibilità, per il giudice che sia alle prese con una vertenza familiare, di esprimere anche provvedimenti ufficiosi a tutela del minore.
La Corte suprema a tal proposito pronuncia il seguente principio di diritto: «In tema di ordini di protezione contro gli abusi familiari, ai sensi dell’articolo 342 bis e 342 ter Cc, l’attribuzione al tribunale in composizione monocratica, stabilita dall’articolo 736 bis, primo comma, Cpc, non esclude la vis actractiva del tribunale in composizione collegiale chiamato ad arbitrare il conflitto familiare che sia stato già incardinato avanti ad esso, atteso che una diversa opzione ermeneutica, facente leva sul solo tenore letterale delle citate disposizioni, ne tradirebbe la ratio, che è quella di attuare, nei limiti previsti, la concentrazione delle tutele ed evitare, a garanzia del preminente interesse del minore che sia incolpevolmente coinvolto, o del coniuge debole che esige una tutela urgente, il rischio di decisioni intempestive o contrastanti e incompatibili con gli accertamenti resi da organi giudiziali diversi». La Cassazione rigetta il gravame principale e dichiara inammissibile il ricorso della madre.